Casualità

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Laura quel giorno era all’ospedale perché un’anziana zia si era sentita male.
Nel concitamento delle notizie da dare a chi era a casa, mentre andava su e giù dalla sala di attesa, aveva intravisto un viso noto. Lo focalizzò e ricordò. Quasi in un sussurro provò a chiamarla: “Anna”.
Anna si voltò e la riconobbe. Fu un saluto ancora preso dalla sorpresa di essersi riviste.
Quasi all’unisono arrivò immediata la domanda “Perché sei qui?”.
Rispose Laura per prima: “Ho mia zia qui, novantacinquenne. Si è sentita male stamattina. E tu?”.
Anna in un sol fiato rispose “Ho mia madre. Sta malissimo. Non mi hanno dato speranze. Anch’io sono qui da stamattina, la situazione è precipitata. Un aneurisma, hanno detto.”
Laura chiese se poteva vederla e Anna l’accompagnò nella stanza dove in un letto giaceva sua madre.
A Laura non parve vero di vedere Debbie in quelle condizioni che le apparvero in tutta la loro gravità.
Mentre cercava di ricacciare le lacrime in un affiorare di ricordi, Anna le raccontò degli ultimi mesi difficoltosi e dei tanti medici che l’avevano visitata, nessuno dei quali aveva pensato di fare una semplice TAC dalla quale sarebbe emerso il vero problema.
Laura accarezzava piano la mano di Debbie, attaccata a quel corpo gracile e già in bilico su un futuro che per ora ci era precluso; poi si  mosse appena e quello le sembrò un saluto per lei.
“Non sappiamo quanto starà così” e nella voce di Anna c’erano insieme la speranza e la disillusione.
Laura nel confessare tutto il suo immenso dispiacere  prese congedo dopo aver incoraggiato Anna con un abbraccio.
Dopo due giorni Laura chiamò Anna con la scusa di sapere se Debbie era ancora ricoverata nella medesima stanza e intanto le disse che sarebbe andata a trovarla volentieri.
Il tragitto che la separava dall’Ospedale era breve, eppure quel giorno le sembrò lunghissimo e i suoi passi erano così pesanti che le pareva di avere macigni al posto dei piedi. L’aria si alternava, ora calda ora più fresca, non sapendo decidersi per il meglio, di tanto in tanto scendeva qualche goccia di pioggia. Fu un alternarsi di ricordi della sua infanzia: Debbie occupava quelli. Era un’amica di sua madre e per un certo periodo erano state vicine di casa. Ricordava le fotografie che la ritraevano ancora in fasce in braccio a Debbie. L’ultima volta l’aveva vista una decina di anni fa.
Giunta al reparto, passò prima dalla zia, dove apprese che l’avrebbero dimessa da lì a due giorni. Non potè fare a meno di pensare che i disegni del cielo sono incomprensibili: una zia sola e di quell’età sarebbe tornata a casa, mentre una donna di trent’anni di meno e con marito e figli, sebbene grandi, non vi avrebbe più fatto ritorno.
Quando fu al capezzale di Debbie notò un lieve peggioramento. Sembrava stesse dormendo. La mano era fredda, ma il cuore svolgeva il suo ritmico lavoro. Le venne in mente l’immagine di un uccellino che stesse per prendere il volo.
I più fortunati l’avrebbero vista muovere le ali verso un cielo pieno di Luce, pronta a trasformarsi in Angelo.
Laura la salutò col pensiero, perché era sicura che solo così ormai la poteva sentire.
Con gli occhi pieni di lacrime percorse il corridoio e uscì ripensando al caso che le aveva fatto incontrare Anna.
“Il caso non esiste”, si disse…

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One thought on “Casualità

  1. Doloroso ma davvero bello questo racconto
    Il destino esiste ed è inutile fare finta di niente
    Buon weekend 🙂
    Rodrigo

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