Il Libro

 



 

 

 

 

 

 

Nello scaffale della libreria un Libro stava insieme a tutti gli altri. In fila come soldatini. Stipati come sardine.

Quanti occhi si erano posati su lui, sui suoi vicini? Non avrebbe saputo contarli.

Lei quel giorno aveva bisogno di qualcosa da leggere, così era entrata e si era lasciata guidare da una mano invisibile. Ne aveva visti alcuni e, assorta, stava leggendo una recensione. Non pareva fosse il libro giusto, così ne prese un altro e lesse di nuovo.

Dallo scaffale un Libro osservava la scena, nemmeno lui sapeva perché: quanti ne aveva visti fare quei gesti? La vedeva tentennare una seconda volta. E gli balenò un’idea: non ci pensò su due volte, radunò tutte le sue forze, spintonò un po’ i suoi vicini, si lasciò scivolare fuori dalla fila e, tenendosi tutte le pagine strette, spiccò un balzo. Fu un volo di pochi metri e mentre stava cadendo, pensò che sarebbe morto. Sentì il rumore assordante quando toccò terra e nell’impatto le pagine gli sfuggirono, aprendosi. Restò così: a terra, tramortito.

Lei sussultò al rumore e si girò di scatto, come altri nella libreria. Vide un Libro a terra, come altre persone lo videro. Lei lasciò il libro che aveva in mano, impilandolo alla sua destra e si diresse verso quello caduto. Lo guardò un po’ dall’alto, quindi si chinò tenendo il segno sulla pagina aperta.

Il Libro si riebbe e si vergognò un po’ a mostrarsi così: caduto, aperto ed indifeso. Ma era riuscito nel suo intento e non se preoccupò più di tanto.

Incuriosita, lei lesse quella pagina e le parole le arrivarono al cuore. Lo chiuse e guardò la copertina, ne lesse il titolo, l’autore e decise che l’avrebbe acquistato. Non vedeva l’ora di leggerlo, per quanto, avrebbe dovuto attendere fino a sera.

Il Libro si trovò appoggiato su un comodino di legno. Si sentiva ancora un poco ammaccato per il gran volo spiccato poco prima. Sapeva che molti leggono la sera e presagiva la sua attesa. Sul comodino, accanto a sé, la sveglia ticchettava, l’abat-jour dormiva e una boccetta di profumo, stava un po’ sulle sue, emanando effluvi appena percettibili. S’appisolò in quell’atmosfera tranquilla.

Arrivò finalmente la sera e lei, dopo essersi messa a letto, prese il Libro dal suo comodino. Ne carezzò la copertina e le dita scivolarono sul titolo stampato in rilievo.

Il Libro era un po’ eccitato da tante carezze lievi e pensava tra sé che il bello doveva ancora venire.

Lei cominciò a leggerlo. Adagio, all’inizio. Ma poi la storia la prese e lo lesse sempre più in fretta. Quel libro le rapì la fantasia. Mentre lo leggeva le pareva di vivere la storia raccontata.

Il Libro dal canto suo, sapeva bene che la stava accompagnando verso mondi sconosciuti, verso verità che lei non conosceva. Sapeva che ormai l’aveva sedotta e si era promesso che l’avrebbe portata a vette a lei inimmaginabili.

Lei viveva i suoi giorni con il pensiero fisso del Libro che avrebbe letto, quasi fosse diventata una ossessione: nessun libro l’aveva mai appassionata tanto. Ormai erano diversi giorni che leggeva e leggeva e si perdeva nei meandri di una storia e le parole facevano per lei balletti deliziosi.

Lui, il Libro, peraltro non aspettava altro che la sera. Si deliziava fra le sue mani e vederle scorrere gli occhi sulle righe e capire dai suoi sguardi assorti ma lontani, quanto lui la tenesse. A volte facevano molto tardi, a lei si chiudevano gli occhi e a lui si chiudevano le pagine o rimaneva così, un po’ sospeso di lato, ancora fra le mani di lei ormai dormiente. Una volta, che s’erano addormentati così, lei nelle ore buie della notte – non troppo buie, a dire il vero: l’abat-jour emanava ancora la sua luce fioca – si girò su un fianco e così stette diverse ore, tanto che lui quasi soffocò. Ma sentì, attraverso la copertina, il battito del cuore di lei ed era un ritmo così dolce e rassicurante che si addormentò poco dopo, nonostante avesse addosso tutto il suo peso.

La mattina, inutile dirlo, si svegliò tutto indolenzito. Ma anche lei! Le rimase il segno del Libro sulla costola, tutto il giorno!

Passarono così giorni e sere e notti, nella perfezione di un rito, nella simbiosi che si era creata “lei/libro – libro/lei”.

Ormai la storia pareva volgere alla fine e una sera lei girò l’ultima pagina. E rimase interdetta. Attonita e interdetta. Disdetta! La pagina era bianca! Intonsa. Ma come? Manca la fine? Una fine qualsiasi.. tutti i libri hanno una fine. Lei voleva una “fine” alla sua storia, come tutti… o caso mai un “continua”, un “segue”, un “fine primo atto”, “fine primo capitolo”. Invece: niente.

Lui, dal canto suo, lo sapeva che mancava la fine. Era stata una bizzarrìa dell’autore. E molti lo avevano lasciato sullo scaffale della libreria proprio per questo: o perché ne erano informati, o perché qualcuno andava dritto all’ultima pagina a sbirciare. In molti avevano pensato ad un errore di stampa.

In un certo senso si sentiva un po’ traditore per questo mancato finale. Avesse potuto dirle che poteva immaginarsi un epilogo come voleva! – che era poi l’intento dell’autore –

Invece la vedeva immusonita, ammutolita, scontenta. Ahimè, quella perfezione si stava sgretolando nel bianco dell’ultima pagina, come una crepa che si apre e non s’arresta.

Lei dopo un po’ che era rimasto a guardarlo in tralice – lui si era davvero sentito poco bene d’esser guardato così, uno sguardo che non prometteva nulla di buono – prese una matita.

Lui tremò per un attimo.

Lei andò all’ultima pagina.

Lui sentì la punta della matita su di sé e trattenne il respiro.

Lei scrisse.

“Segue”

Ma ci fu di peggio.

Perché poco dopo, mentre pensierosa scuoteva la testa, lei prese una gomma e con delicatezza cancellò quanto appena scritto.

Quindi ripensò alla storia, a certi passaggi e all’evolversi verso l’epilogo della storia. Poi riprese la matita. E stette con la punta appoggiata al foglio per un pò. Lui sentiva la punta pungerlo e si chiese quanto sarebbe durata questa tortura.

E, finalmente, lei scrisse:

“Fine”

A lui sarebbero venute le lacrime agli occhi se solo li avesse avuti.

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