
Beato l’uomo che ha cura del debole:
nel giorno della sventura il Signore lo libera.
Sono l’ultimo e sono servo del fratello,
prossimo al dolore d’altri, come da insegnamento.
Il dolore resta dolore e non so come alleviarlo,
allora lo accudisco, senza sapere se sarà abbastanza.
E la forza passa attraverso le braccia
a spostare corpi pesanti e molli,
a sorreggere i passi incerti dei più deboli.
Posso regalarti una parola gentile:
vorrei sapessi che ti sono accanto;
posso regalarti un sorriso, appena accennato:
il tuo dolore merita rispetto.
Sotto alle luci smorte dell’abitacolo
spero di scacciare la solitudine,
sovra tassa richiesta dalla tua condizione,
anche solo per una mezz’ora:
il tempo di portarti a casa.




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